Il caso Nella nostra regione esiste una molteplicità di enti dirigenziali quali: la Direzione sanitaria, l’Agenzia regionale della sanità e il Centro servizi condivisi, con sovrapposizione di competenze, che determinano sprechi nella pubblica amministrazione. E che dire di strutture come l’Insiel, che potrebbe essere il fiore all’occhiello della nostra regione, oggi impantanata in un’operazione di riqualificazione. Noi vogliamo essere una regione virtuosa, innovativa, rispettosa dei princìpi costituzionali, attenta alle norme promulgate, ma perché allora non riusciamo a svincolarci da questi grovigli? Ripensiamo agli enti sopra citati, ognuno avrà un organico, presumibilmente qualificato, che fa capo a un dirigente il quale fa capo al direttore della struttura. Più strutture più dirigenti, più direttori più strutture: un manipolo di persone al di sopra del comune impiegato, che bene o male si occupano di cose assimilabili, e che percepiscono più di un soldato in Afghanistan che fa il suo dovere per la pace mondiale. Non sminuiamo le responsabilità di un direttore, ma non sarebbe più opportuno fare in modo che egli meriti realmente i propri emolumenti, per esempio aumentando le sue competenze? Unificare più strutture a poche o a una sola equiparabili è una scelta logica e ribadita anche dai nostri parlamentari. Andare nella direzione opposta, come il nostro presidente di Regione ha ventilato (faccio riferimento alla suddivisione dell’asse sanitario in due tronchi distinti: socio-assistenziale e sanitario) non solo non vuol dire semplificare, ma far nascere anche più rovi che immobilizzano il sistema burocratico. L’Insiel è una di quelle strutture che rappresenta l’high-tech della pubblica amministrazione, esplicativa di quel virtuoso processo di informatizzazione che dovrebbe garantire vantaggi al cittadino-utente, eppure è fossilizzata dalle leggi nazionali e dalla concorrenza che neppure il nostro “Statuto di regione autonoma” apparentemente è in grado di preservare. Sembra che l’attuale politica della Regione sia quella di chiudere gli organi che effettivamente provvedono alle necessità della popolazione, lasciando inalterata la rimanente struttura. Se qualcosa non si deve proprio sopprimere sono le strutture realmente utili e tra quelle menzionate: Direzione sanitaria, l’Agenzia regionale della sanità e il Centro servizi condivisi, l’unica è quest’ultima, la quale provvede agli approvvigionamenti di tutte le strutture sanitarie della regione realizzando un risparmio in termini di tempo e denaro. Vorremmo sperare che il professor Kosic e il presidente Tondo recepiscano queste considerazioni. Oliviero Paoletti









